mercoledì, aprile 20, 2005

Un nuovo papa, ed il ritorno a vecchie tradizioni

Abbiamo un nuovo papa. Si è molto discusso del fatto che tutti i cardinali tranne tre fossero stati scelti da Giovanni Paolo II, e che quindi il nuovo papa difficilmente avrebbe segnato un punto di rottura con i 25 anni di pontificato precedente. Tutto però è relativo, come ho imparato sulla mia pelle.

Forse Ratzinger non costituisce una svolta dal punto di vista della dottrina, è anzi apparentemente uno dei più diffidenti conservatori che si sarebbero potuti innalzare al soglio pontificio. La sua idea di riforma è un oscurantistico ritorno alla messa in latino, possibilmente rivolgendo ai fedeli non più il volto del prete, ma bensì le spalle.

Giovanni Paolo II forse non è stato un progressista, ma quando si trattava di toccare il cuore delle persone, fedeli e non, non aveva eguali, a giudicare dagli onori che gli sono stati tributati al suo decesso. Forse, in questi 25 anni, la chiesa ed i suoi protagonisti si sono adagiati sugli allori, convinti che le folle di persone che quel papa era in grado di attirare intorno a sé fossero la manifestazione della fede coltivata in proprio dalle persone. Fede instillata dallo spirito santo, forse.

Siamo però sicuri che, spezzando quel rapporto privilegiato che univa il papa ai suoi fedeli, e che era creato dal papa stesso, con il suo entusiasmo e la sua voglia di contatto umano, siamo sicuri che spezzando quel rapporto le folle rimarranno lì, al loro posto? La messa in latino, incomprensibile, rivolta più a dio che agli uomini, saprà ancora, come nel medioevo, costruire un rapporto tra gli uomini e la chiesa?

Se l'uomo medievale aveva bisogno della chiesa come uno spauracchio, per imparare a dominare i propri impulsi più animaleschi, oggi esistono la Società, e la Legge. La chiesa ha ormai svolto il suo compito di civilizzazione. Ma non sa uscire da quel ruolo. Non sa affrontare i nuovi compiti che la aspettano, quelli di diffusione dei valori della tolleranza, della fiducia, dell'amore, della solidarietà. Perchè questi valori, benché predicati, sono in contraddizione con le azioni, i metodi, i principi alla base di molte proibizioni imposte da questa chiesa, ai suoi fedeli come ai suoi ministri. Il rifiuto del ministero femminile, il rifiuto di permettere ai ministri di sposarsi, sono solo un esempio di come questa chiesa impedisca alla società che le ruota intorno di crescere, di superare vecchie posizioni ideologiche, con tutte le ricadute sociali che queste vengono ad assumere.

L'uso di metafore come "gregge da salvare" e "vigna da accudire" rendono, d'altronde, evidente come a tutt'oggi i fedeli abbiamo un ruolo tutto passivo nel rapporto con la dottrina, esattamente come i contadini medievali ignoranti.

Eppure l'uomo moderno ha voglia di sentirsi partecipe di ciò a cui assiste. Papa Woytila, in qualche modo, l'aveva capito, e faceva il possibile per venire incontro a questa voglia di protagonismo dell'uomo, specie dei giovani, e in questo modo li attirava a sè. Ma l'arrivo di un papa schivo di fronte alle telecamere, infastidito da ogni sorta di ammodernamento della liturgia e dei rituali, e soprattutto poco se non per nulla disposto ad accettare di gratificare l'ego dei suoi "grappoli d'uva", non è detto che sia accolto dai fedeli con la rassegnazione dei tempi bui. Le chiese si riempiono non più per contrizione, ma per "gioia e letizia". Un papa che non sappia raccogliere la sfida dei tempi non farà altro che consegnare ulteriormente la chiesa al declino della popolarità che inevitabilmente, prima o poi, coglie chiunque non sappia rinnovarsi, si tratti di una religione, di un partito, di una ideologia.

giovedì, marzo 31, 2005

MIlka e il diritto dei marchi su Internet

Prima il caso di Luca Armani, ora la signora Milka, una sarta francese: cos'hanno in comune? Entrambi hanno registrato il proprio cognome come nome di dominio, l'hanno utilizzato per un pò di tempo, dopodiché le aziende che avevano registrato i rispettivi marchi coincidenti con i suddetti cognomi si son svegliate dal proprio letargo, han capito il valore di internet come mezzo di comunicazione e han deciso di affermarvi il proprio diritto all'uso commerciale dei marchi suddetti. Altra cosa che accomuna i due casi è la strenua e talvolta un pò donchisciottesca resistenza tentata dai due sprovveduti imprenditori nei confronti dei colossi economici contro cui si son scontrati. Stiam parlando rispettivamente della Giorgio Armani spa e della Kraft.

Questo giusto per fare rapidamente il punto della situazione, per chi volesse approfondire meglio le circostanze, ho riportato un paio di link al fondo di questo post.

Per quanto non riesca a fare a meno di simpatizzare con queste persone, che si son viste portar via quello che definiscono "Il diritto al proprio cognome ed alla propria identità", io credo in tutta onestà che queste persone abbiano potuto pensare di poter vincere una battaglia di questo genere soltanto perché mosse da una notevole dose di ingenuità, creata anche dalla mancanza di precedenti, se non un caso canadese dall'esito ma anche dalle premesse del tutto differenti.

Nessuno al giorno d'oggi potrebbe pensare in buona fede di usurpare un marchio commerciale e farla franca. Esistono delle leggi che tutelano questo genere di patrimonio, esattamente come esistono leggi per difendere le proprietà "materiali".
Non a caso: il valore di un marchio non deriva dall'accostamento particolarmente indovinato di una serie di lettere, ma dagli sforzi fatti da una certa azienda per promuoverlo, dai costi intellettuali, economici, monetari sostenuti. Quel nome ha un valore in quanto qualcuno ha fatto degli sforzi per farglielo acquisire.

Chi dovrebbe godere di questo valore? L'assegnazione dei domini Internet si è sempre basata sul principio del "Chi prima arriva, meglio alloggia", ovvero ottiene il nome che ha chiesto, se non era stato precedentemente assegnato. Funziona così anche il mondo "reale", in effetti. Finchè parliamo di nomi o marchi non ancora commercialmente esplorati. Se esistono leggi a tutela dei marchi, però, e se queste leggi garantiscono la tutela del marchio rispetto ad ogni altro diritto, quando l'ambito di cui si parla è quello della comunicazione di massa, il motivo di una loro applicazione anche ai domini internet c'è, ed è piuttosto fondato. Il dominio internet viene visitato da ogni parte del mondo da persone alla ricerca di cosa? Se qualcuno digitasse www.fiat.it, chi potrebbe mai avere dubbi sull'esito desiderato di questa ricerca? Nel caso di www.armani.it le cose non cambiano. Il potere di un sito è nella sua capacità di informare, il suo limite è di poterlo fare soltanto a patto che qualcuno abbia in qualche modo composto proprio quell'indirizzo, e non un'altro. Per questo motivo è indubbio che un sito il cui indirizzo corrisponda ad un nome famoso è sicuramente più desiderabile di uno il cui indirizzo sia del tutto anonimo. Ma il traffico generato dal nome è frutto dello sforzo e dell'impegno e dei costi sostenuti da quella certa azienda che ne detiene la proprietà. Non c'è ingenuità che tenga: la consapevolezza di questo vantaggio c'è, in queste persone che restano così disperatamente attaccate all'indirizzo che hanno adeguatamente sfruttato per il tempo che nessuno se ne è accorto. Questo attaccamento va oltre, a mio modesto parere, i motivi personali, le motivazioni qui sono economiche. Queste persone corrono ingenti rischi patrimoniali pur di rimanere in possesso di un indirizzo che garantisce un'alta visibilità, a spese di chi ha faticato per garantire a quel marchio un potere di attrazione sul pubblico, e che per questo ha il sacrosanto diritto di avvalersene, tanto nel mondo "reale" che su Internet.

Link:
Luca Armani su Punto Informatico
La mucca Milka su Apogeonline

mercoledì, marzo 23, 2005

Essere commonista

Perchè a questa società umana viene più facile alzare palizzate e muri che abbatterli? Perchè solo persone eccezionali come Ito o Stallmann si fanno portavoci delle idee di libertà, e invece i i nostri politici cercano di convincerci che è nel nostro interesse perdere ogni controllo su noi stessi e sui patrimoni comuni?

Link:
Repubblica
Ito